I beni comuni o il bene comune?

(brevi note sulla privatizzazione delle risorse idriche e sulla “malapolitica”)

Prendo spunto dall’apprezzabile articolo pubblicato sul nostro sito web la settimana scorsa, a proposito dei beni comuni. Ricordo come, già ai tempi dei miei studi universitari in Giurisprudenza, mi avesse colpito la figura del Commissario liquidatore degli usi civici, istituita con una legge del 1927, allo scopo di cancellare dal nascente ordinamento giuridico post-unitario questa peculiare figura di proprietà collettiva. C’è stato un tempo in cui, infatti, i beni del cd. demanio civico appartenevano, iure domini, alla collettività; i cittadini ne godevano uti singuli e il Comune aveva il ruolo di mero amministratore, che agiva per conto della collettività, come suo rappresentante (quoad iurisdictionem), e non come dominus (quoad dominium). Si trattava di una consuetudine talmente radicata nel sistema feudale da essere sancita nel brocardo latino ubi feuda ibi demania, ubi demania ibi usus (= dove sussistono feudi, ivi sussistono beni demaniali – dove ci sono beni demaniali qui ci sono usi). Ricorda qualche autore (Michele Tranasi, La Nascita della Proprietà Privata, Leone Editrice, Foggia, 2002) che “dalle terre demaniali i cittadini ritraevano le risorse naturali per il loro sostentamento, che andavano sotto il nome di usi civici: pascolo, legna, ghianda, semina, funghi, caccia, pesca, acqua, sassi, ecc” e che gli usi civici erano, per la giurisprudenza napoletana, dei diritti naturali e, in quanto tali, inalienabili e imprescrittibili. Essi erano la vita stessa dei cittadini, ai quali spettavano iure gentium, come uomini, ne fame pereant nec vitam inermem ducant. I diritti civici non potevano essere soppressi (nec per legem nec per regem tolli possunt), se non ad una sola condizione: che nessun cittadino vi si opponesse, nemine discrepante”.

La storia come sempre è magistra vitae e quella che sembra una vicenda lontana si ripropone oggi con drammatica attualità. Spazzata via l’idea stessa che vi sono beni per loro natura indispensabili alla sopravvivenza di tutti e di ciascuno, la nostra Costituzione sancisce la appartenenza privata o pubblica della proprietà, con ciò accogliendo un principio libertario di stampo napoleonico per cui i beni devono appartenere a un soggetto e non possono essere adespoti: se non privati essi devono essere pubblici. Rispetto ai beni pubblici, non è più la collettività indistinta ma un soggetto esponenziale della medesima (Stato, Comune, Regione) il titolare e al tempo stesso l’erogatore del bene in favore dei cittadini. Non è questa la sede per discutere di scelte così radicali o per rimetterle in discussione oggi nel mercato globalizzato e competitivo. Mi limito ad alcune osservazioni di fondo, ponendo al centro il problema del servizio idrico.

E’ indubbio che il cd. decreto Ronchi D.L. 25 settembre 2009, n. 135 convertito in Legge 20 novembre 2009, n. 166 ha impresso una forte accelerazione al processo di privatizzazione della risorsa idrica in Italia. Nel modificare l’art. 23 bis del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, la nuova disciplina prevede che la gestione dei servizi pubblici locali sia conferita “in via ordinaria” attraverso gare pubbliche a società miste (a capitale pubblico-privato) mentre la gestione in house ( in favore di società a totale capitale pubblico) sarà consentita soltanto in deroga “per situazioni eccezionali” e dietro parere preventivo dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato. Il metodo ordinario di conferimento dei servizi pubblici locali sarà quindi la gara e il ricorso alla società mista, dove il privato, individuato mediante procedura ad evidenza pubblica, dovrà essere socio operativo con una quota di partecipazione non inferiore al 40%.

Dunque i passaggi storici dovrebbero essere così schematizzati: in origine l’acqua è proprietà di tutti – l’acqua diventa proprietà dello Stato (pubblica) – l’acqua viene erogata e gestita attraverso una rete idrica di proprietà pubblica da un soggetto pubblico – l’acqua è erogata da soggetti privati particolari attraverso un impianto che rimane pubblico. Riassumendo: da tutti a taluno.

Certo – si affretta a dire il Ministro – l’acqua rimane un bene pubblico come anche il demanio idrico. Ma è magra consolazione pensare che – mutatis mutandis – la casa è mia ma posso accedervi solo se un altro mi dà le chiavi e pagandogli un corrispettivo! La protesta dei cittadini è cresciuta alta, al punto da raccogliere ben un milione e quattrocentomila firme per il referendum abrogativo. Ma la destra insiste e la sinistra nicchia. In realtà, il quadro normativo risponde a logiche già caratterizzanti altri disegni di legge, a firma di rispettabilissimi onorevoli di sinistra, quella sinistra che sogna che dietro la privatizzazione si spalanchi la porta della liberalizzazione e del mercato, con consequenziale riduzione (e non il paventato aumento) delle tariffe. Sarà così? Siamo in molti a dubitarne. Sempre il Ministro precisa che “oggi con le nuove norme contenute nel provvedimento, si apre questo (settore di) mercato alla concorrenza”.

Benissimo! Non sapevo che l’acqua che mi serve per vivere costituisse un “settore di mercato” come quello dell’abbigliamento, delle automobili…. Come a dire: siccome siete assetati, quindi avete un bisogno da soddisfare, lo Stato vi offre due possibilità: o vi tenete l’acqua sporca e inquinata che sgorga dai vostri rubinetti perché noi non siamo in grado di adeguare gli impianti alle norme igienico-sanitari e agli standard minimi di qualità del prodotto; oppure vi rivolgete alle società che i vostri governanti locali selezioneranno, le quali società diventeranno arbitre del vostro destino e padrone della vostra vita (oltre che delle vostre tasche) almeno per prossimi anni.

Aspettando che dal monopolio pubblico si arrivi alla concorrenza di mercato passando attraverso il monopolio privato, la situazione dei contribuente potrebbe diventare drammatica. La concorrenza perfetta è utopia. Ammesso che si crei concorrenza nel mercato dell’acqua, l’esperienza ha già dimostrato che si passa facilmente agli oligopoli e ai cartelli tra imprese. Non a caso l’Autorità della concorrenza e del mercato ha già sanzionato la multinazionale francese SUEZ e l’impresa italiana ACEA proprio per accordi diretti a falsare la concorrenza. Ed è ancora più allarmante pensare che dietro queste società ci sono i potenti gruppi bancari che a garanzia dei loro prestiti chiedono azioni. Sarà per questo che la sinistra si benda un occhio e pure l’altro? Chiamparino ricordava, qualche giorno fa dalle pagine di Repubblica, che l’insuccesso di questa parte politica sta proprio nell’aver aver negato la sua vocazione “laburista” per abbracciare quella capitalistica della difesa dello status quo e dei poteri forti, tra i quali quello bancario.Chi controlla la gestione della risorsa idrica? Anche in questo caso il Ministro Ronchi ha sottolineato che esiste già nel nostro ordinamento un organo di garanzia, la Co.N.Vi.R.I. – Commissione Nazionale di Vigilanza sulla Risorsa Idrica. Ma basta leggere l’ultima Relazione che la Commissione ha presentato al Parlamento il 22 luglio 2010, per rendersi conto che il sistema fa “acqua” da tutte le parti! Non solo l’organismo ha incontrato difficoltà enormi nella raccolta, organizzazione e rielaborazione dei soli dati, peraltro a stento forniti dai soggetti coinvolti, ma ha chiarito che è estremamente difficile, nell’attuale quadro normativo e con la distribuzione di poteri e di competenze, stabilire delle “tariffe” effettivamente giuste ed eguali per tutti i contribuenti. Le tariffe, comunque, non basterebbero per coprire i costi; si evidenzia nella Relazione che mancano all’appello capitali, per il cui reperimento il ricorso ai prestiti bancari e al mercato finanziario può rappresentare un’opportunità. Eccola di nuovo l’incestuosa mescolanza tra sistema creditizio e sistema produttivo, che è alla base di tutte le grandi crisi dell’economia di mercato.

Le soluzioni, per la verità, ci sarebbero: tentare coraggiosamente di mantenere fermi gli affidamenti in house a società a intero capitale pubblico; ovvero dichiarare il servizio di natura non economica e sottrarlo, in questo modo, al giogo dell’esternalizzazione forzata. Si tratta di strade che molti Comuni e qualche Regione italiana stanno già percorrendo. Anche in questo caso, bisogna valutare con attenzione la scelta amministrativa. Non tutti i Comuni come non tutte le Regioni si trovano nella stessa condizione in materia di approvvigionamento idrico. Sintomatico è il caso esposto di recente dalla Corte dei conti Sezione controllo per la Calabria secondo cui se un ente locale si trova in condizione di dover dipendere totalmente dalla società mista regionale, unico soggetto gestore del servizio idrico integrato, in quanto privo di alternative ‘di mercato’ od autorganizzative ed in considerazione dell’inesistenza di diverse soluzioni all’utilizzo di opere idriche gestite dalla società, esso rimane comunque tenuto a garantire ai propri cittadini l’erogazione dell’acqua potabile, rimanendone unico responsabile nei confronti degli stessi. In questi casi, tuttavia, il rapporto che si instaura con la società regionale ha natura propriamente contrattuale e non pubblicistica, con la conseguenza che i contenuti del relativo contratto di ‘fornitura all’ingrosso’ rimangono devoluti all’autonomia negoziale delle parti (art.1322 cod. civ.) e non possono essere unilateralmente imposti dal monopolista legale.

La disciplina della tariffa del servizio idrico integrato è ascrivibile alla tutela dell’ambiente e alla tutela della concorrenza, materie di competenza legislativa esclusiva dello Stato, è quindi precluso al legislatore regionale intervenire nel settore, con una disciplina difforme da quella statale (Corte Costituzionale, 23 aprile 2010, n.142). Pertanto, va escluso che la determinazione della tariffa possa avvenire con modalità diverse da quelle indicate dai competenti organi statali o che, addirittura, possa essere rimessa ad una unilaterale determinazione del gestore unico regionale. La pronuncia, resa in sede di parere preventivo richiesto da un’amministrazione locale calabrese, sembra ispirata a un’esigenza di razionalizzazione dei dati normativi che, lungi dal porsi come fattore di rassicurazione, rischia di costituire la concretizzazione dei nostri incubi.

A fronte di quest’ennesima vicenda, la coscienza critica del cittadino medio non può esonerarsi dalla domanda fondamentale: ma la POLITICA non deve essere fatta per la “polis”? Il sospetto è che, invece, non sia esattamente così; il richiamo del Ministro Tremonti al bene comune, che molti hanno letto come il manifesto di un risvegliato senso di responsabilità della classe dirigente politica, assume un suono sinistro. Il bene comune non sarebbe affatto il bene della comunità ma il bene di entrambi gli schieramenti politici (comune alla destra e alla sinistra); in fondo i governi passano ma gli Stati restano (pillole di tremontiana saggezza). Sarà così ma c’è qualcuno che nel frattempo sta male e rischia di star peggio.

Cristina Razzano

16 settembre 2010

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