Lupi e agnelli

Pochissime righe dedicate da Eugenio Scalfari, nell’editoriale de “La Repubblica” di oggi, alla rotta che il nuovo Esecutivo dovrebbe imprimere alla manovra economica – parte 2 – circa la scelta tra grande e piccola/media impresa, hanno trovato la mia personale e piena condivisione. L’idea di un sistema economico nazionale fondato sull’offerta polverizzata di imprese di modeste dimensioni ha imperato nell’era tremontiana, sospinta dall’infantile sogno di trasformare tutta gli operai in self made men , tanti piccoli “Berlusconi” pronti a identificarsi in quel modello umano, e altrettanto pronti a fornire il loro favore in sede elettorale: un esercito di uomini e donne che, dopo anni di lotte sindacali, rinunce e capi chinati, sfonda la barricata e passa dall’altra parte. Una rivoluzione non solo nel mondo della produzione ma dello stesso tessuto sociale, nella migliore delle aspirazioni, l’apoteosi del principio di uguaglianza e delle libertà individuali, perfettamente coniugabile con la struttura concorrenziale del mercato unico europeo e con le spinte al radicamento territoriale rivendicate dalla Lega. Una metamorfosi della quale ho sempre diffidato. A quell’epoca, all’epoca dei Tremonti e dei Berlusconi, quando si assisteva a scene di delirio collettivo alla presenza del “divo” e dei suoi uomini, quando il Parlamento italiano votava – con maggioranza favorevole – la mozione di rimessione del caso Ruby (ragazza dal pedigree di tutto rispetto) al Tribunale dei Ministri, già all’epoca non sfuggiva ai più acuti osservatori economici la deriva del nostro Paese, preda degli speculatori e facile bersaglio dei poteri occulti. Già prima ma ancora all’epoca, non mi sfuggiva l’importanza di mantenere, all’interno del nostro fragilissimo sistema economico, la presenza di grandi industrie, le uniche in grado di competere sul fronte della globalizzazione, le uniche in grado di promuovere innovazione, ricerca, progresso, le uniche in grado di conquistare brevetti e marchi di rilievo internazionale. Certo non perché avessi nostalgia della “r” moscia di monsieur Agnelli e del tempo in cui la sua industria di Stato trasformava in profitti privati i debiti pubblici; e neanche perché provassi ammirazione per il rampante Marchionne, con il suo cinico assoggettamento al più bieco e spietato capitalismo. Certo no; semmai se proprio nostalgia poteva nascere, l’avrei indirizzata a Berlinguer che dal palco, in una pubblica piazza, inneggiava ai diritti della classe operaia: ma è roba d’altri tempi e ne sono consapevole.

Qual è allora il punto oggi?

Destino ha voluto che fossi destinataria, nel pomeriggio, di un bellissimo racconto, un racconto che si adagia come la stella cometa sulla grotta di Betlemme e che illumina d’immenso le mediocri visioni del mondo dei piccoli uomini che ci governano. La storia è quella di un ragazzo, uno dei nostri figli, figlio della nostra terra e dei nostri tempi: un giovane emigrante che dal Sud, appena diplomato, ha dovuto credere che il Nord sia ancora un’alternativa alla povertà e alla disoccupazione.

Giovane dalle belle speranze che ha rapidamente accantonato il suo “pezzo di carta” e ricominciato dai gradini più bassi. Mi ha detto di aver dovuto accettare, nella fredda Torino, il posto di aiutante pizzaiolo “perché avevo bisogno di soldi e non volevo chiederli alla mia famiglia, che già fa grandi sacrifici”; ma “il padrone”, lui, non pagava e “mi sfruttava”. Poi ha accettato, dopo un breve colloquio, di lavorare alla “Lavazza”: e infatti “vi ho portato un pensiero” (due pacchetti di caffè Crema e gusto”). Ha accettato, da nove mesi, di fare i turni di notte ma… “dal sesto livello sono passato già al terzo”: “ho imparato la tostatura, la catena di produzione del caffè fino all’imballaggio, ho imparato a guidare il muletto… ho dovuto imparare anche a parlare in italiano, perché lì non mi capiscono se parlo in dialetto….. Sono diventato un team leader e il mio superiore mi ha affidato due ragazzi da addestrare ma ha precisato che non devo montarmi la testa”. Il racconto si è fatto esperienza, ritratto di una giovane vita fatta di orgoglio e di dignità, che ha avuto la capacità di offuscare ogni sentimento di pietà e di commiserazione dando fiato al senso di solidarietà. “però, signò, io voglio il contratto a tempo indeterminato: ho rinunciato a venir giù e alle gratifiche economiche perché mi voglio sentire sicuro: perciò mi sto impegnando”. Bravo!

Mi ha dato più lui in pochi minuti che ore e ore di studio accademico. Mi ha ricordato che la grande industria, in fondo, può essere proprio questo: un’occasione di crescita professionale, di trasmissione dei saperi e dei mestieri, la collocazione all’interno di un sistema che protegge e tutela. Qui l’uomo può essere ancora risorsa, potenzialità, energia lavorativa da incanalare e plasmare. La forza aggregante della grande industria è diametralmente opposta a quella smembrante della piccola impresa che, in nome dell’autonomia, finisce col distribuire più che produrre e, quindi, essa stessa si sottomette alla grande industria estera, non sempre clemente ed equa.

Cosa manca? La sicurezza del futuro. In fondo, i giovani chiedono solo questo: stabilità lavorativa e contratti che si proiettano nel tempo; è questa prospettiva di lungo, lunghissimo termine che ci ha consentito di diventare una potenza mondiale, che ha fatto dei nostri operai lavoratori affidabili, competenti, capaci. Vorremo solo capire, a questo punto, se la politica, soprattutto la politica di sinistra, vuol farsi interprete di queste esigenze e ricollocare la tutela del lavoro (soprattutto di quello dipendente) al centro delle campagne elettorali.

Il lavoro è fulcro della democrazia, come la Costituzione oramai mestamente ricorda.

ISE MONOGATARI

31 dicembre 2011

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