PICCOLI AFFARI SPORCHI

“Abbiamo fatto 3 giorni fa un decreto-legge, ancora sull’immigrazione clandestina per reintrodurre le espulsioni coatte, obbligatorie, perché sapete cosa ci dice l’Unione Europea? Ci dice: Caro Governo italiano, se trovi un clandestino, d’ora in avanti, non puoi più espellerlo! Devi dargli un foglio di via e chiedergli se vuole andarsene. NON CI STA BENE QUESTO! Abbiamo fatto un decreto che ci consente di espellere TUTTI i clandestini come facevamo prima e vogliamo continuare a fare e –già che ci siamo- abbiamo esteso la possibilità di esplusione immediata non solo per i clandestini extracomunitari ma anche agli stranieri comunitari che non sono in regola con le direttive europee. Vogliamo continuare su questa strada…”. Pontida, 19 giugno 2011.

Mentre trascrivo questa parte del discorso di Maroni, Ministro della Repubblica italiana, rabbrividisco. Sono parole cariche di odio, confezionate allo scopo di sfamare il popolo leghista, che acclama il suo esponente politico con sprezzante senso di appartenenza.

Incurante dei richiami provenienti dall’organizzazione europea, visibilmente eccitato all’idea di scalare i vertici del suo partito e forse.. chissà!.. anche quelli dell’Esecutivo, Maroni il moderato, Maroni il temporeggiatore ha sfoderato il suo pugnale più aguzzo, per sferrare colpi mortali sulle masse di “clandestini”, sui reietti, sui figli del dio minore.

Non sono qui per rispolverare stime, analisi, percentuali, atte a ricordarci che cos’è la criminalità in Italia o quale sia la criminogenesi: sono dati noti e chiunque è in grado di verificare quanto incida su tutto ciò la presenza dello straniero nel territorio nazionale. Invito tutti, invece, soprattutto i fratelli del Nord, a guardare un film del 2002 dal titolo “Piccoli affari sporchi”. Un film, forse privo di pregio artistico, ma che qualche giorno fa, poco prima del discorso di Pontida, aveva catturato la mia attenzione, nelle ore notturne, su RAI Movie, in seconda serata, come suol dirsi. La storia riguarda un immigrato africano, Okwe, clandestino nella “civilissima” Londra, che lavora in nero come taxista di giorno e portiere di albergo, di notte. Chiamato a sturare il WC in una delle lussuose camere, vi scopre, con orrore, un cuore umano e di qui si trova catapultato nel doloroso mezzo di un traffico internazionale di organi.

 

Il film merita di essere visto perché mescola alla vicenda umana e personale del protagonista – con il quale lo spettatore soffre quel senso di soffocamento e di oppressione costante, che deriva dal vivere sempre nascosto, sempre con il timore di essere scoperto, sempre ai limiti dell’invisibilità – la storia terribile e spietata di quanti, clandestini, si vedono costretti a vendere organi, come il rene, per procurarsi un passaporto e un’identità.

Sono le leggi dello Stato che cancellano, di colpo, l’identità personale, definendo come illecito non un fatto ma uno status: la clandestinità diventa una qualità umana come il colore degli occhi o il timbro della voce. Da una sola parola, una vita infame, priva di dignità. Ma la dignità, come ci ricorda Pico della Mirandola nel De dignitate hominis, deriva all’uomo dalla sua peculiare condizione di figlio di Dio, e perciò è innata e non può essere misconosciuta senza negare la stessa filiazione divina. In una visione laica, la dignità, dall’illuminismo in poi, diventa coessenziale a quella condizione di libertà di cui deve godere ogni essere umano, a prescindere dalla sua cittadinanza, un diritto fondamentale garantito poi dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo ed anche dalla Carte europea dei diritti fondamentali. Clandestinità – dignità appare un insanabile ossimoro e nessun ordinamento giuridico può tollerare al suo interno contraddizioni giuridiche così profonde e disarmonie cosi dirompenti.

Vedendo il film e pensando ai barconi carichi di corpi che approdano a Lampedusa, a quei volti smagriti e disorientati, voi allora “considerate se questo è un uomo”.

Io “non voglio continuare su questa strada”.

Ise monogatari

21 giugno 2011

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